Al giorno d’oggi, si sa, gli strumenti di comunicazione sono cambiati. Un tempo gli amanti si scrivevano lettere, comunicavano con gesti dalle finestre, aspettavano il giusto momento per vedersi di persona e, con l’approvazione, della famiglia riuscivano a fare una passeggiata insieme.

Sono arrivati i telefoni che hanno accorciato queste barriere ma il costo della chiamata a minuto con scatto alla risposta limitava a pochi tale privilegio.

E’ arrivata poi l’epoca dei primi telefonini: uno squillo scendi, due squilli chiamami sul fisso, tre squilli è successo qualcosa di importante … rispondi.

Per poi arrivare ai moderni smartphone, veicolo di piattaforme sociali dove tutto è più veloce, meno agognato ed evidentemente effimero.

La tecnologia cambia, i mezzi cambiano e la giurisprudenza tiene il passo delle evoluzioni con sentenze ed ordinanze.

Il 25 ottobre 2017, i Giudici di Piazza Cavour sono tornati ad affrontare l’argomento utilizzabilità della prova su supporto elettronico ma, in questo caso, di tratta di una conversazione whatsapp.

La sentenza della V Sezione Penale, n. 49016, trae fondamento da una denuncia per atti persecutori di una donna nei confronti dell’imputato per il reato di stalking (reato p. e p. dall’art. 612bis del Codice Penale).

Durante il procedimento, l’avvocato difensore dell’imputato aveva chiesto l’acquisizione, come prova documentale la trascrizione delle conversazioni intercorse via WhatsApp tra il suo assistito e la persona offesa, con lo scopo di dimostrare l’inattendibilità e l’inaffidabilità delle dichiarazioni di quest’ultima.

Il rigetto, da parte della Corte d’Appello, di tale istanza istruttoria e la conseguente impossibilità di acquisire nel procedimento tali conversazioni è stato pertanto posto dal difensore dell’imputato tra i motivi a fondamento del ricorso presentato alla Corte di Cassazione avverso la sentenza di secondo grado, che, condannandolo per il reato di atti persecutori, confermava la precedente sentenza del Tribunale a suo carico.

Ma secondo la difesa gli effettivi rapporti intercorsi tra la persona offesa e l’imputato sarebbero potuti emergere palesemente e semplicemente dalle trascrizioni della chat.

La Cassazione, chiamata così a pronunciarsi sulla questione, ha tuttavia dichiarato infondato il motivo di ricorso e ha confermato la decisione del giudice di secondo grado, ritendendo, in particolare, corretto il rifiuto del deposito della trascrizione dei messaggi scambiati via chat.

Gli Ermellini dichiaravano infatti legittimo il provvedimento “con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di acquisizione della trascrizione di conversazioni, effettuate via ‘WhatsApp’ e registrate da uno degli interlocutori, in quanto, pur concretandosi essa nella memorizzazione di un fatto storico, costituente prova documentale, ex art. 234 cod. proc. pen., la sua utilizzabilità è, tuttavia, condizionata all’acquisizione del supporto telematico o figurativo contenente la relativa registrazione, al fine di verificare l’affidabilità, la provenienza e l’attendibilità del contenuto di dette conversazioni“.

Pertanto, pur nel riconoscere astrattamente legittima l’assunzione probatoria derivante da comunicazioni intercorse per via digitale quale registrazione e documentazione di un fatto storico (percorribile quindi la via dell’art. 234 c.p.p.), la Suprema Corte evidenzia che la validità probatoria della trascrizione degli scambi di messaggistica è concretamente subordinata al ricorrere di un requisito particolare, ossia all’acquisizione processuale anche del supporto telematico o figurativo contenente la conversazione.

In conclusione, la mera trascrizione del contenuto delle conservazioni rappresenta, infatti, per la Cassazione uno strumento con funzione unicamente “riproduttiva del contenuto della principale prova documentale”, mentre è di fondamentale importanza, come emerge dai motivi posti a sostegno della decisione, la possibilità di verificare, oltre al contenuto, anche l’affidabilità della prova.

Di Nicola Tigri

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