L’emergenza legata alla pandemia in atto sta mettendo a dura prova il diritto alla protezione dei dati personali consacrato dal regolamento UE 2016/679 (GDPR). Il pericolo è rappresentato dalla corsa dei governi alla ricerca di soluzioni tecnologiche che consentano di raccogliere, analizzare, utilizzare e conservare i dati personali per monitorare i potenziali contagiati ed arginare la diffusione del virus.

Il Governo italiano ha scelto un’app di contact tracing che si chiamerà “Immuni” con le seguenti caratteristiche: istituita presso il Ministero della Salute, installazione gratuita e volontaria, utilizzo del bluetooth per rilevare la vicinanza tra due smartphone entro un metro (senza necessità di geolocalizzazione), registrazione di informazioni anagrafiche e cliniche su un “diario clinico” che l’utente deve aggiornare quotidianamente, valutazione algoritmica dei contatti e notifica di un messaggio ai potenziali contagiati.

La decisione pone, però, molti dubbi sulla sua sicurezza e sull’efficacia della scelta effettuata. Questo approccio necessita come priorità che il titolare del trattamento garantisca la tutela dei diritti degli interessati, in particolare del diritto alla cancellazione dei dati personali (o diritto all’oblio).
È anche vero che il GDPR consente di introdurre, con una norma di legge, una limitazione ai diritti degli interessati, per salvaguardare, in particolare, la sicurezza nazionale, la sicurezza pubblica ed altri importanti obiettivi di interesse pubblico generale.

Ecco pertanto il via libera in merito delle regole del Consiglio dei Ministri, forte del parere positivo del Garante della Privacy emanato a fine Aprile, il quale ha previsto che l’uso della app, nonché ogni trattamento di dati personali sono interrotti alla data di cessazione dello stato di emergenza, cioè il 31 luglio e comunque non oltre il 31 dicembre 2020.

Intanto dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) arrivano le pagelle delle sorelle nel mondo di Immuni: agli ultimi posti per tutela della privacy le applicazioni di Cina e Iran, ma c’è poca attenzione all’uso dei dati anche in alcuni paesi Ue.

Lo studio del Mit di Boston (link) dà giudizi negativi anche sui sistemi di Paesi europei come Francia o Irlanda. Promossa l’Italia (con un app ancora in sviluppo),  unitamente alle applicazioni mobile anti-Covid19 dei Paesi del Nord Europa.

Promossi dal MIT, quindi, speriamo che, tra una bega legale ed un sofismo di sicurezza, possa presto vedere la vita l’app italica Immuni.

Di Nicola Tigri e Mariachiara Garofalo

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